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I presupposti della Storia umana
post pubblicato in "Humani nihil a me alienum puto" TERENZIO, il 16 ottobre 2016


Per Mario

"I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmi: sono presupposti reali, dai quali si può astrarre solo nell'immaginazione. Essi sono gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle prodotte dalla loro stessa azione4. Questi presupposti sono dunque constatabili per, via puramente empirica. Il primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente l'esistenza di individui umani viventi. Il primo dato di fatto da constatare è dunque l'organizzazione fisica di questi individui e il rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura. Qui naturalmente non possiamo addentrarci nell'esame né della costituzione fisica dell'uomo stesso, né delle condizioni naturali trovate dagli uomini, come le condizioni geologiche oro-idrografiche, climatiche, e così via. Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia per l'azione degli uomini. Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione5 per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale. Il modo in cui gli uomini producono i loro mezzi di sussistenza dipende prima di tutto dalla natura dei mezzi di sussistenza che essi trovano e che debbono riprodurre. Questo modo di produzione non si deve giudicare solo in quanto è la riproduzione dell'esistenza fisica degli individui; anzi, esso è già un modo determinato dell'attività di questi individui, un modo determinato di estrinsecare la loro vita, un modo di vita determinato. Come gli individui esternano la loro vita, così essi sono." K. Marx, L'Ideologia tedesca, Cap II




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NON CONFONDIAMO ZDANOV CON MARX
post pubblicato in "Humani nihil a me alienum puto" TERENZIO, il 16 ottobre 2016
Per Mario.

Non confondiamo Zdanov con Marx
Guarda  che la famosa querelle antimarxiana sul rapporto "meccanicistico"tra struttura-sovrastruttura 
è una "bufala" presente soltanto in alcuni diffusi testi di viscerali antimarxiani e bradicefali staliniani.
Engels già sottolineò in una sua lettera a tale proposito che il rapporto causa-effetto sulle due categorie è da interpretarsi soltanto "in ultima analisi".
 La cosa aveva un rapporto più diretto per alcuni aspetti del Diritto, che spesso esprimeva in modo più immediato tale relazione. 
A tale proposito, per sottolineare la mancanza di meccanicità nel rapporto struttura-sovrastruttura, veniva citata l'evidente esempio della grandezza dell'arte greca gnelle sue varie forme e in particolare il livello inarrivabile dell'esempio della tragedia antica. 
Se Marx ed Engels avessero pensato ad un rapporto causa-effetto immediato non avrebbero considerato inarrivabili, tranne per il caso, in alcuni momenti, di Shakespeare, i livelli di grandezza della Tragedia antica e dell'Arte, della Letteratura, della Filosofia, della Geometria etc. greche.
Sono maledetti luoghi comuni che, mescolando alcune bestialità teorico-pratiche dell'epoca staliniana e dei bigini di baffone, sono serviti a buttare fango sul pensiero marxiano.
E l'antistoricismo popperiano, cii ha sguazzato non poco insieme ai suoi seguaci.
Dixi.
Sono aspetti affrontati già nella mia adolescenza. Anche in seminari universitari con i vari Dal Pra, non considerabile certo come un dogmatico, e Geymonat, che riguardo alla Filosofia della Scienza ed alle trattazioni di personalità di studiosi come Nagel, avevano affrontato e discusso tali temi proprio nel momento in cui ritornavano stilemi stalinisti retrogradi nella vulgata di alcuni sessantottini da strapazzo.
Senza contare quello che a tale riguardo aveva sostenuto Gramsci.
Non cito pagine specifiche anche perché, come ben sai, la cultura è quello che rimane dopo che si è dimenticato quello che si è in passato studiato.
Dixi.

"Il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere è di nuon trapassarli" Leopardi




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Democrazia e grandezza di Roma repubblicana
post pubblicato in "Humani nihil a me alienum puto" TERENZIO, il 12 ottobre 2016


N. MACHIAVELLI, Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio, 1513-1519



Capitolo 4

Che la disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella republica.

 

Io non voglio mancare di discorrere sopra questi tumulti che furono in Roma dalla morte de' Tarquinii alla creazione de' Tribuni; e di poi alcune cose contro la opinione di molti che dicono, Roma essere stata una republica tumultuaria, e piena di tanta confusione che, se la buona fortuna e la virtù militare non avesse sopperito a' loro difetti, sarebbe stata inferiore a ogni altra republica. Io non posso negare che la fortuna e la milizia non fossero cagioni dell'imperio romano; ma e' mi pare bene, che costoro non si avegghino, che, dove è buona milizia, conviene che sia buono ordine, e rade volte anco occorre che non vi sia buona fortuna. Ma vegnamo agli altri particulari di quella città. Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a' romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che quelli partorivano; e che e' non considerino come e' sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de' grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma; perché da' Tarquinii ai Gracchi, che furano più di trecento anni, i tumulti di Roma rade volte partorivano esilio e radissime sangue. Né si possano per tanto, giudicare questi tomulti nocivi, né una republica divisa, che in tanto tempo per le sue differenzie non mandò in esilio più che otto o dieci cittadini, e ne ammazzò pochissimi, e non molti ancora ne condannò in danari. Né si può chiamare in alcun modo con ragione una republica inordinata, dove siano tanti esempli di virtù; perché li buoni esempli nascano dalla buona educazione, la buona educazione, dalle buone leggi; e le buone leggi, da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano: perché, chi esaminerà bene il fine d'essi, non troverrà ch'egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della publica libertà. E se alcuno dicessi: i modi erano straordinarii, e quasi efferati, vedere il popolo insieme gridare contro al Senato, il Senato contro al Popolo, correre tumultuariamente per le strade, serrare le botteghe, partirsi tutta la plebe di Roma, le quali cose tutte spaventano, non che altro, chi le legge; dico come ogni città debbe avere i suoi modi con i quali il popolo possa sfogare l'ambizione sua, e massime quelle città che nelle cose importanti si vogliono valere del popolo: intra le quali, la città di Roma aveva questo modo, che, quando il popolo voleva ottenere una legge, o e' faceva alcuna delle predette cose, o e' non voleva dare il nome per andare alla guerra, tanto che a placarlo bisognava in qualche parte sodisfarli. E i desiderii de' popoli liberi rade volte sono perniziosi alla libertà, perché e' nascono, o da essere oppressi, o da suspizione di avere ad essere oppressi. E quando queste opinioni fossero false e' vi è il rimedio delle concioni, che surga qualche uomo da bene, che, orando, dimostri loro come ei s'ingannano: e li popoli, come dice Tullio, benché siano ignoranti, sono capaci della verità, e facilmente cedano, quando da uomo degno di fede è detto loro il vero.

Debbesi, adunque, più parcamente biasimare il governo romano; e considerare che tanti buoni effetti, quanti uscivano di quella republica, non erano causati se non da ottime cagioni. E se i tumulti furano cagione della creazione de' Tribuni, meritano somma laude, perché, oltre al dare la parte sua all'amministrazione popolare, furano constituiti per guardia della libertà romana, come nel seguente capitolo si mosterrà.

(NICCOLÒ MACHIAVELLI, Discorsi sopra la Prima Deca di Tito Livio, 1513-1519, ed. Einaudi 1971).   http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_4/t91.pdf

 





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