.
Annunci online

PEZZEDAPPOGGIO Rivista di Libri, Scuola, Politica, Cultura, Società

GRAMSCI. LA CITTÀ FUTURA. GLI INDIFFERENTI


[Archivio Gramsci] 

La città futura 

Antonio GramscLa città futura, numero unico pubblicato nel febbraio del 1917 a cura della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. 

Gramsci curò per intero la stesura, del giornale,  che aveva lo scopo di "educare e formare" i giovani socialisti  (siamo alla fine del primo conflitto mondiale) alla "disciplina politica", alla solidarietà e alla vita organizzata del partito. 
Fonte 
http://www.antoniogramsci.com/


 

Un numero unico per i giovani (da "Il grido del popolo" e "L'avanti") 

Tre principii, tre ordini

Indifferenti

Disciplina e libertà

Analfabetismo

La disciplina

Due inviti alla meditazione

Margini

Modello o realtà

Il movimento giovanile socialista

"La città futura"

 



Con questo titolo uscirà fra qualche giorno un numero unico, pubblicato a cura della Federazione giovanile piemontese dedicato appunto ai giovani. 

Vorrebbe essere un invito e un incitamento.

L'avvenire è dei giovani. La storia è dei giovani. 

Ma dei giovani che, pensosi del compito che la vita impone a ciascuno, si preoccupano di armarsi adeguatamente per risolverlo nel modo che più si confà alle loro intime convinzioni, si preoccupano di crearsi quell'ambiente in cui la loro energia, la loro intelligenza, la loro attività trovino il massimo svolgimento, la più perfetta e fruttuosa affermazione.

La guerra ha falciato i giovani, ha specialmente tolto alle loro fatiche, alle loro battaglie, ai loro sogni splendidi di utopia, che non era poi tale perché diventata stimolo di azione e di realizzazione, i giovani. Ma l'organizzazione giovanile socialista non ne ha in verità troppo sofferto in sé e per sé. Le migliaia di giovani strappati alle sue lotte, sono stati sostituiti subito. 

Il fatto della guerra ha scosso come una ventata gli indifferenti, i giovani che fino a ieri si infischiavano di tutto ciò che era solidarietà e disciplina politica. Ma non basta, non basterà mai. Occorre ingrossare sempre più le file e serrarle. 

L'organizzazione ha specialmente fine educativo e formativo. E' la preparazione alla vita più intensa e piena di responsabilità del partito. Ma ne è anche l'avanguardia, l'audacia piena di ardore. I giovani sono come i veliti leggeri e animosi dell'armata proletaria che muove all'assalto della vecchia città infracidita e traballante per far sorgere dalle sue rovine la propria città.

Nel numero unico saranno discussi alcuni importanti problemi della propaganda e della vita socialista. Esso sarà posto in vendita a due soldi la copia. Si manderà a chiunque ne faccia richiesta con una cartolina doppia. I circoli e i rivenditori che ne desiderassero un certo numero di copie rivolgano le loro richieste alla Federazione giovanile socialista in Corso Siccardi, 12 Torino.

 

 


 

Tre principii, tre ordini

 

L'ordine e il disordine sono le due parole che più frequentemente ricorrono nelle polemiche di carattere politico. Partiti dell'ordine, uomini dell'ordine, ordine pubblico... 

Tre parole avvicinate ad un cardine unico: l'ordine, sul quale le parole si basano e girano con maggiore o minore aderenza a seconda della concreta forma storica che gli uomini, i partiti e lo stato assumono nella molteplice possibile loro incarnazione. La parola ordine ha un potere taumaturgico; la conservazione degli istituti politici è affidata in gran parte a questo potere. 

L'ordine presente si presenta come qualcosa di armonicamente coordinato, di stabilmente coordinato; e la moltitudine dei cittadini esita e si spaura nell'incertezza di ciò che un cambiamento radicale potrebbe apportare. 

Il senso comune, il balordissimo senso comune, predica al solito che è meglio un uovo oggi che una gallina domani. E il senso comune è un terribile negriero degli spiriti. Tanto più quando per aver la gallina bisogna rompere il guscio dell'uovo. Si forma nella fantasia l'immagine di qualcosa di lacerato violentemente; non si vede l'ordine nuovo possibile, meglio organizzato del vecchio, più vitale del vecchio, perché al dualismo contrappone l'unità, all'immobilità statica dell'inerzia la dinamica della vita semoventesi. Si vede solo la lacerazione violenta, e l'animo pavido arretra nella paura di tutto perdere, di aver dinanzi a sé il caos, il disordine ineluttabile.

Le profezie utopistiche erano costituite appunto in vista di questa paura. Si voleva, con l'utopia, prospettare un assetto nel futuro che fosse ben coordinato, ben lisciato, e togliesse l'impressione del salto nel buio. Ma le costruzioni sociali utopistiche sono crollate tutte, perché essendo appunto così lisciate e assettatuzze, bastava dimostrarne infondato un particolare, per farle crollare nella loro totalità. Non avevano base queste costruzioni, perché troppo analitiche, perché fondate su un'infinità di fatti, e non su un unico principio morale. 

Ora i fatti concreti dipendono da tante cause, che finiscono per non aver più causa, e per essere imprevedibili. E l'uomo ha bisogno, per operare, di poter almeno in parte prevedere. Non si concepisce volontà che non sia concreta, che cioè non abbia uno scopo. Non si concepisce volontà collettiva che non abbia uno scopo universale concreto. Ma questo non può essere un fatto singolo, o una serie di fatti singoli. Può essere solo un'idea, o un principio morale. 

Il difetto organico delle utopie è tutto qui. Credere che la previsione possa essere previsione di fatti, mentre essa può solo esserlo di principi, o di massime giuridiche. Le massime giuridiche (il diritto, il giure è la morale attuata) sono creazione degli uomini come volontà. Se volete dare a queste volontà una certa direzione, ponete loro come scopo ciò che solo può esserlo: altrimenti, dopo un primo entusiasmo, le vedrete abbiosciarsi e dileguare. 


Gli ordini attuali sono stati suscitati per la volontà di attuare totalmente un principio giuridico. I rivoluzionari dell'89 non prevedevano l'ordine capitalistico. Volevano attuare i diritti dell'uomo, volevano che fossero riconosciuti ai componenti la collettività determinati diritti. Questi, dopo la lacerazione iniziale del vecchio guscio, andarono affermandosi, andarono concretandosi e, divenuti forze operose sui fatti, li plasmarono, li caratterizzarono e ne sbocciò la civiltà borghese, l'unica che potesse sbocciarne, perché la borghesia era l'unica energia sociale fattiva e realmente operante nella storia. Gli utopisti furono sconfitti anche allora, perché nessuna delle loro particolari previsioni si realizzò. Ma si realizzò il principio, e da questo fiorirono gli ordinamenti attuali, l'ordine attuale. 


Era un principio universale quello affermatosi nella storia attraverso la rivoluzione borghese? Certamente si. Eppure si è soliti dire che se J.-J. Rousseau potesse vedere quale foce hanno avuto le sue predicazioni, probabilmente le rinnegherebbe. In questa affermazione paradossale è contenuta una critica implicita del liberalismo. Ma essa è paradossale, cioè afferma in modo ingiusto una cosa giusta. Universale non vuol dire assoluto. Nella storia niente vi è di assoluto e di rigido. Le affermazioni del liberalismo sono delle idee-limiti che, riconosciute razionalmente necessarie, sono diventate idee-forze (2), si sono realizzate nello stato borghese, hanno servito a suscitare a questo stato un'antitesi nel proletariato, e si sono logorate. 

Universali per la borghesia, non lo sono abbastanza per il proletariato. Per la borghesia erano idee-limiti, per il proletariato sono idee-minimi. E infatti il programma liberale integrale è diventato il programma minimo del partito socialista. Il programma cioè che ci serve a vivere giorno per giorno, in attesa che si giudichi giunto l'istante più utile [... 1 '.] (mancano alcune parole censurate) 


Come idea-limite il programma liberale crea lo stato etico, uno stato cioè che idealmente sta al disopra delle competizioni di classe, del vario intrecciarsi ed urtarsi degli aggruppamenti che ne sono la realtà economica e tradizionale. E' un'aspirazione politica questo stato, più che una realtà politica; esiste solo come modello utopistico, ma è appunto questo suo essere un miraggio che lo irrobustisce e ne fa una forza di conservazione. Nella speranza che finalmente esso si realizzi nella sua compiuta perfezione, molti trovano la forza per non rinnegarlo, e non cercare quindi di sostituirlo. 


Vediamo due di questi modelli, che sono tipici, che sono la pietra di paragone per i dissertatori di teorie politiche. Lo stato inglese e lo stato germanico. Ambedue divenuti a grande potenza, ambedue riusciti ad affermarsi, con direttive diverse, come saldi organismi politici ed economici, ambedue aventi una sagoma ben definita, che li pone di fronte ora, e che sempre li ha resi inconfondibili. 


L'idea che ha servito come motrice delle forze interne, parallele, per l'Inghilterra si può riassumere nella parola: liberismo, per la Germania nelle parole: autorità con la ragione. 


Liberismo è la formula che comprende tutta una storia di lotte, di movimenti rivoluzionari per la conquista di singole libertà. E' la forma mentis venutasi creando attraverso questi movimenti. E', la convinzione venutasi formando nel sempre maggior numero di cittadini che vennero attraverso queste lotte a partecipare all'attività pubblica, che nella libera manifestazione dei propri convincimenti, nel libero esplicarsi delle forze produttive e legislative del paese era il segreto della felicità. Della felicità, naturalmente, intesa nel senso che di tutto ciò che succede di male, non possa andare la colpa a singoli, e di tutto ciò che non riesce debba ricercarsi la ragione solo nel fatto che gli iniziatori non possedevano ancora la forza per affermare vittoriosamente il loro programma. 


Per l'Inghilterra il liberismo ha trovato, per citare un esempio, prima della guerra, il suo propugnatore teoricopratico in Lloyd George, che, ministro di stato, in un comizio pubblico, e sapendo che le sue parole acquistavano significato di programma di governo, dice press'a poco agli operai: - Noi non siamo socialisti, cioè non addiveniamo subito alla socializzazione della produzione. Ma non abbiamo pregiudiziali teoriche contro il socialismo. A ognuno il suo compito. Se la società attuale è ancora capitalista, ciò vuol dire che il capitalismo è ancora una forza storicamente non esaurita. Voi socialisti dite che il socialismo è maturo. Provatelo. Provate di essere la maggioranza, provate di essere non solo potenzialmente, ma anche in atto, la forza capace di reggere le sorti del paese. E noi vi lasceremo il posto pacificamente. Parole che a noi, abituati a vedere nel governo qualcosa di sfingico, astratto completamente dal paese e da ogni polemica viva su idee e fatti, sembrano strabilianti. Ma che non lo sono, e non sono neppure retorica vuota, se si pensa che è da più di 200 anni che in Inghilterra si combattono delle lotte politiche nella piazza, e che il diritto alla libera affermazione di tutte le energie è un diritto conquistato, e non un diritto naturale, che si presume tale in sé e per sé. E basta ricordare che il governo radicale inglese tolse alla Camera dei Lord ogni diritto di voto  per poter far diventare realtà l'autonomia irlandese, e che Lloyd George si proponeva prima della guerra di far votare un progetto di legge agraria, per la quale, posto come assioma che chi possiede mezzi di produzione e non li fa adeguatamente fruttare, decade dai suoi diritti assoluti, molte delle proprietà private dei terrieri venivano loro tolte e cedute a chi avrebbe potuto coltivarle. Questa forma di socialismo di stato borghese, cioè socialismo non socialista, faceva si che anche il proletariato non vedesse molto di cattivo occhio lo stato come governo, e persuaso, a torto o a ragione, di essere tutelato, conducesse la lotta di classe con discrezione e senza quell'esasperazione morale che caratterizza il movimento operaio. 


La concezione dello stato germanico è agli antipodi di quella inglese, ma produce gli stessi effetti. Lo stato tedesco è protezionista per forma mentis. Fichte ha dato il codice dello stato chiuso. Cioè dello stato retto dalla ragione (3). Dello stato che non deve essere lasciato in balia delle forze libere spontanee degli uomini, ma deve in ogni cosa, in ogni atto imprimere il suggello di una volontà, di un programma stabilito, preordinato dalla ragione. E perciò in Germania il parlamento non ha quei poteri che ha altrove. E' semplice ente consultivo, da mantenere solo perché razionalmente non si può ammettere l'infallibilità dei poteri esecutivi, e anche dal parlamento, dalla discussione può scoccare la verità. Ma la maggioranza non ha diritto riconosciuto alla verità. Arbitro rimane il Ministero (l'Imperatore), che giudica e sceglie, e non è sostituito che per volontà imperiale. Ma le classi hanno la convinzione, non retorica, non supina, ma formatasi attraverso decenni di esperienze di retta amministrazione, di osservata giustizia distributiva, che i loro diritti alla vita sono tutelati e che la loro attività deve consistere nel cercare di diventar maggioranza, per i socialisti, e di conservarsi maggioranza e dimostrare continuamente la loro necessità storica, per i conservatori. Un esempio: la votazione, approvata anche dai socialisti, del miliardo per maggiori spese militari, avvenuta nel 1913. La maggioranza dei socialisti votò a favore perché il miliardo fu prelevato non dalla generalità dei contribuenti, ma con una espropriazione (almeno apparente) dei grossi reddituari. Sembrò un esperimento di socialismo di stato, sembrò che fosse giusto principio in sé far pagare ai capitalisti le spese militari, e si votarono dei denari che andavano a beneficio esclusivo della borghesia e del partito militare prussiano. 


Questi due tipi di ordine costituito sono il modello base dei partiti d'ordine d'Italia. I liberali e i nazionalisti dicono (o dicevano) rispettivamente di volere che in Italia si creasse qualcosa di simile allo stato inglese e allo stato germanico. La polemica contro il socialismo è tutta tessuta sull'aspirazione di questo stato etico potenziale in Italia. Ma in Italia è mancato completamente quel periodo di svolgimento che ha reso possibile l'attuale Germania e Inghilterra. Pertanto se portate alle ultime conseguenze i ragionamenti dei liberali e dei nazionalisti italiani, ottenete come risultato nel presente questa formula: il sacrifizio da parte del proletariato. Sacrifizio dei propri bisogni, sacrifizio della propria personalità, della propria combattività per dare tempo al tempo, per permettere che la ricchezza si moltiplichi, per permettere che l'amministrazione si purifichi, (tre righe censurate). 

I nazionalisti e i liberali non arrivano fino a sostenere che in Italia esista un ordine qualsiasi. Sostengono che quest'ordine dovrà esistere, purché i socialisti non intralcino la fatale sua instaurazione. 


Questo stato di fatto delle cose italiane è per noi fonte di maggiore energia e di maggiore combattività. Se si pensa quanto sia difficile convincere a muoversi un uomo che non abbia delle ragioni immediate per farlo, si comprende quanto sia più difficile convincere una moltitudine negli stati dove non esiste, come in Italia, da parte del governo, il partito preso di soffocarne le aspirazioni, di taglieggiarne in tutti i modi la pazienza e la produttività. Nei paesi dove non succedono i conflitti di piazza, dove non si vedono calpestate le leggi fondamentali dello stato, né si vede l'arbitrio essere il dominatore, la lotta di classe perde della sua asprezza, lo spirito rivoluzionario perde di slancio e si abbioscia. La cosiddetta legge del minimo sforzo, che è la legge dei poltroni, e vuol dire spesso non far niente, diventa popolare. In quei paesi la rivoluzione è meno probabile. Dove esiste un ordine, è più difficile che ci si decida a sostituirlo con un ordine nuovo (alcune parole censurate).

 
I socialisti non devono sostituire ordine ad ordine. Devono instaurare l'ordine in sé. La massima giuridica che essi vogliono realizzare è: possibilità di attuazione integrale della propria personalità umana concessa a tutti i cittadini. Con il concretarsi di questa massima cadono tutti i privilegi costituiti. Essa porta al massimo della libertà col minimo della costrizione. Vuole che regola della vita e delle attribuzioni sia la capacità e la produttività, all'infuori di ogni schema tradizionale. Che la ricchezza non sia strumento di schiavitù, ma essendo di tutti impersonalmente, dia a tutti i mezzi per tutto il benessere possibile. Che la scuola educhi gli intelligenti da chiunque nati, e non rappresenti il premio (quattro righe censurate) 


Da questa massima dipendono organicamente tutti gli altri principi del programma massimo socialista. Esso, ripetiamo, non è utopia. E' universale concreto, può essere attuato dalla volontà. E' principio d'ordine, dell'ordine socialistico. Di quell'ordine che crediamo in Italia si attuerà prima che in tutti gli altri paesi (cinque righe censurate)

 


 

Gli indifferenti

 

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. 


L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica. 


L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. 


I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere. 


Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. 


Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

 


 

Disciplina e libertà 

 

Associarsi a un movimento vuol dire assumersi una parte della responsabilità degli avvenimenti che si preparano, diventare di questi avvenimenti stessi gli artefici diretti. Un giovane che si iscrive al movimento giovanile socialista compie un atto di indipendenza e di liberazione. Disciplinarsi è rendersi indipendenti e liberi. L'acqua è acqua pura e libera quando scorre fra le due rive di un ruscello o di un fiume, non quando è sparsa caoticamente sul suolo, o rarefatta si libra nell'atmosfera. Chi non segue una disciplina politica è appunto materia allo stato gasoso, o materia bruttata da elementi estranei: pertanto inutile e dannosa. La disciplina politica fa precipitare queste lordure, e dà allo spirito il suo metallo migliore, alla vita uno scopo, senza del quale la vita non varrebbe la pena di essere vissuta. Ogni giovane proletario che sente quanto sia pesante il fardello della sua schiavitù di classe, deve compiere l'atto iniziale della sua liberazione, iscrivendosi al Fascio giovanile socialista più vicino a casa sua. 

 


 

Analfabetismo

 

Perché in Italia ci sono ancora tanti analfabeti?

Perché in Italia c'è troppa gente che limita la propria vita al campanile, alla famiglia. Non è sentito il bisogno dell'apprendimento della lingua italiana, perché per la vita comunale e famigliare basta il dialetto, perché la vita di relazione si esaurisce tutta quanta nella conversazione in dialetto. L'alfabetismo non è un bisogno, e perciò diventa un supplizio, un'imposizione di prepotenti. Per farlo diventare bisogno occorrerebbe che la vita generale fosse più fervida, che essa investisse un numero sempre maggiore di cittadini, e così facesse nascere autonomamente il senso del bisogno, della necessità dell'alfabeto e dellalingua. Ha più giovato all'alfabetismo la propaganda socialista di tutte le leggi sull'insegnamento obbligatorio. La legge è un'imposizione: può importi di frequentare la scuola, non può obbligarti a imparare, e, quando abbia imparato, a [non] dimenticare. La propaganda socialista desta subito il sentimento vivo del non essere solo individui di una piccola cerchia d'interessi immediati (il comune e la famiglia), ma i cittadini di un mondo più vasto, con gli altri cittadini del quale bisogna scambiare idee, speranze, dolori. La coltura, l'alfabeto ha così acquistato uno scopo, e fino a quando questo scopo vive nelle coscienze, l'amore del sapere si affermerà imperioso. E' verità sacrosanta, di cui i socialisti possono andar fieri: l'analfabetismo sparirà completamente, solo quando il socialismo l'avrà fatto sparire, perché il socialismo è l'unico ideale che può fare diventare cittadini, nel senso migliore e totale della parola, tutti gli italiani che ora vivono solo dei loro piccoli interessi personali, uomini nati solo a consumar vivande. 

 


 

La disciplina 

 

In una delle Novelle della jungla Rudyard Kipling mostra in atto ciò che sia la disciplina di un forte stato borghese. Tutti obbediscono nello stato borghese. I muli della batteria al sergente di batteria, i cavalli ai soldati che li cavalcano. I soldati al tenente, i tenenti ai colonnelli dei reggimenti; i reggimenti a un generale di brigata; le brigate al viceré delle Indie. Il viceré alla regina Vittoria (ancor viva quando Kipling scriveva). La regina dà un ordine, e il viceré, i generali, i colonnelli, i tenenti, i soldati, gli animali, tutti si muovono armonicamente e muovono alla conquista. A uno spettatore indigeno di una parata militare il protagonista della novella dice: "Poiché voi non sapete fare altrettanto, siete nostri sudditi". La disciplina borghese è l'unica forza che mantenga saldo l'aggregato borghese. Bisogna a disciplina contrapporre disciplina. Ma la disciplina borghese è cosa meccanica ed autoritaria, la disciplina socialista è autonoma e spontanea. Chi accetta la disciplina socialista vuol dire che è socialista o vuole diventarlo più compiutamente, inscrivendosi al movimento giovanile se è un giovanotto. E chi è socialista o vuole diventarlo non ubbidisce: comanda a se stesso, impone una regola di vita ai suoi capricci, alle sue velleità incomposte. Sarebbe strano che mentre troppo spesso si ubbidisce senza fiatare a una disciplina che non si comprende e non si sente, non si riesca a operare secondo una linea di condotta che noi stessi contribuiamo a tracciare e a mantenere rigidamente coerente. Poiché è questo il carattere delle discipline autonome: essere la vita stessa, il pensiero stesso di chi le osserva. La disciplina che lo stato borghese impone ai cittadini fa di questi dei sudditi, che si illudono di influire sullo svolgersi degli avvenimenti. La disciplina del partito socialista fa del suddito un cittadino: cittadino ora ribelle, appunto perché avendo acquistato coscienza della sua personalità, sente che questa è impastoiata e non può liberamente affermarsi nel mondo. 

 


 

Due inviti alla meditazione 

 

Occorre spesso ai giovani, nella discussione, di dover rispondere a delle obbiezioni che si riferiscono ai problemi ultimi dell'esistenza. Gli avversari sanno che questi problemi sono di quelli che fanno tremare le vene e i polsi anche al logico più consumato. Appunto perciò li propongono, per tentare di confondere e di far tacere anche laddove nella polemica essi rimarrebbero immancabilmente schiacciati. Riproduciamo due brani in proposito. Il primo è di Benedetto Croce, il più grande pensatore d'Europa in questo momento, ed è stato pubblicato l'anno scorso nella rivista "La Critica" diretta dal Croce stesso. Il secondo è di Armando Carlini, ed è un frammento del libretto Avviamento allo studio della filosofia, che si consiglia vivamente di leggere e di meditare (fa parte della collezione "Scuola e vita", editore Battiato, e costa una lira). La difficoltà delle risposte che si possono dare a certe domande, non autorizza nessuno a porle per creare il turbamento negli spiriti; [...]. Ai giovani consigliamo la meditazione. Ogni domanda può avere la sua risposta. Basta perciò riflettere. Nella discussione ci si deve trincerare in questi casi dietro la difficoltà che a rispondere a certe domande hanno sentito anche i grandi pensatori. Se si volesse far supporre di poter rispondere vittoriosamente a ogni obbiezione, si sarebbe semplicemente dei vanitosi vuoti e insulsi. 

 


 

Margini

1.

Lo sforzo fatto per conquistare una verità, fa apparire un po' come propria la verità stessa, anche se alla sua nuova enunciazione non si è aggiunto nulla di veramente proprio, non s'è data neppure una lieve colorazione personale. Ecco perché spesso si plagiano gli altri inconsciamente, e si rimane disillusi per la freddezza con cui vengono accolte affermazioni che riputavamo capaci di scuotere, di entusiasmare. Amico mio, ci ripetiamo sconsolatamente, il tuo era l'uovo di Colombo. Ebbene, non mi importa di essere lo scopritore dell'uovo di Colombo. Preferisco ripetere una verità già conosciuta al cincischiarmi l'intelligenza per fabbricare paradossi brillanti, spiritosi giochi di parole, acrobatismi verbali, che fanno sorridere, ma non fanno pensare. 


La giardiniera plebea è sempre la minestra più nutriente e più appetitosa appunto perché preparata con le civaie più usuali. Mi piace vederla ingoiare a larghe cucchiaiate dagli uomini gagliardi e ricchi di succhi gastrici che contengono nella forza della loro volontà e dei loro muscoli l'avvenire. La più trita verità non è mai stata ripetuta quanto basti perché essa diventi massima e stimolo all'azione in tutti gli uomini.

2. 
Quando discuti con un avversario, prova a metterti nei suoi panni. Lo comprenderai meglio e forse finirai con l'accorgerti che ha un po', o molto, di ragione. Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.

3. 
Le diserzioni dal socialismo di molti cosiddetti intellettuali (a proposito: intellettuale vuol sempre dire intelligente?) sono diventate per gli sciocchi la miglior prova della povertà morale della nostra idea. Il fatto è che fenomeni simili sono avvenuti e avvengono per il positivismo, per il nazionalismo, per il futurismo, e per tutti gli altri ismi. Ci sono i crisaioli, le animucce sempre in cerca di un punto fermo, che si buttano sulla prima idea che si presenti con l'apparenza di poter diventare un ideale e se ne nutrono fino a quando dura lo sforzo per impossessarcene. Quando si è arrivati alla fine dello sforzo e ci si accorge (ma questo è effetto della poca profondità spirituale, del poco ingegno, in fondo) che essa non basta a tutto, che ci sono problemi la cui soluzione (se pur esiste) è fuori di quella ideologia (ma forse è ad essa coordinata in un piano superiore), ci si butta su qualche altra cosa che sia una verità, che rappresenti ancora un incognito e quindi presenti probabilità di soddisfazioni nuove. Gli uomini cercano sempre fuori di sé la ragione dei propri fallimenti spirituali; non vogliono convincersi che la causa ne è sempre e solo la loro animuccia, la loro mancanza di carattere e di intelligenza. Ci sono i dilettanti della fede, così come i dilettanti del sapere. 
Ciò nella migliore delle ipotesi. Per molti la crisi di coscienza non è che una cambiale scaduta o il desiderio di aprire un conto corrente.

4.Si dice che in Italia ci sia il peggior socialismo d'Europa. E sia pure: l'Italia avrebbe il socialismo che si merita.

5. 
Il progresso non consiste per lo più che nella partecipazione di un sempre maggior numero di individui a un bene. L'egoismo è il collettivismo degli appetiti e dei bisogni di un singolo: il collettivismo è l'egoismo di tutti i proletari del mondo. I proletari non sono certo altruisti nel significato che a questa parola danno gli umanitari frolli. Ma l'egoismo del proletariato è nobilitato dalla coscienza che il proletariato ha di non poterlo totalmente appagare senza che lo abbiano appagato nello stesso tempo tutti gli altri individui della sua classe. E perciò l'egoismo proletario crea immediatamente la solidarietà di classe.

6. 
E' stato detto: il socialismo è morto nel momento stesso in cui è stato dimostrato che la società futura che i socialisti dicevano di star creando era solo un mito buono per le folle. Anch'io credo che il mito si sia dissolto nel nulla. Ma la sua dissoluzione era necessaria. Il mito si era venuto formando quando era ancor viva la superstizione scientifica, quando si aveva una fede cieca in tutto ciò che era accompagnato dall'attributo scientifico. Il raggiungimento di questa società modello era un postulato del positivismo filosofico, della filosofia scientifica. Ma questa concezione non era scientifica, era solo meccanica, aridamente meccanica. Ne è rimasto il ricordo scolorito nel riformismo teorico [(però anche la " Critica sociale " non si chiama più: Rivista del socialismo scientifico ] di Claudio Treves, un balocco di fatalismo positivista le cui determinanti sono energie sociali astratte dall'uomo e dalla volontà, incomprensibili e assurde: una forma di misticismo arido e senza scatti di passione dolorante. Era questa una visione libresca, cartacea, della vita; si vede l'unità, l'effetto, non si vede il molteplice, l'uomo di cui l'unità è la sintesi. La vita è per costoro come una valanga che si osserva da lontano, nella sua irresistibile caduta. Posso io fermarla?, si domanda l'homunculus: no, dunque essa non segue una volontà. Perché la valanga umana obbedisce ad una logica che caso per caso può non essere la mia individuale, ed io individuo non ho la forza di fermarla o di farla deviare, mi convinco che essa non ha una logica interiore, ma ubbidisce a delle leggi naturali infrangibili. 


E' avvenuta la débâcle della scienza, o per meglio dire, la scienza si è limitata ad assolvere il solo compito che le era concesso; si è perduta la cieca fiducia nelle sue deduzioni ed è quindi tramontato il mito che essa aveva contribuito potentemente a suscitare. Ma il proletariato si è rinnovato; nessuna delusione vale ad essiccare la sua convinzione, come nessuna brinata distrugge il virgulto ricolmo di succhi vitali. Ha riflettuto sulle proprie forze, e su quanta forza è necessaria per il raggiungimento dei suoi fini. Si è maggiormente nobilitato nella coscienza delle sempre maggiori difficoltà che ora vede, e nel proposito dei sempre maggiori sacrifizi che sente di dover fare. E' avvenuto un processo di interiorizzamento: si è trasportato dall'esterno all'interno il fattore della storia: a un periodo di espansione ne succede sempre uno di intensificazione. Alla legge naturale, al fatale andare delle cose degli pseudo-scienziati è stata sostituita: la volontà tenace dell'uomo. 
Il socialismo non è morto, perché non sono morti per esso gli uomini di buona volontà.

7. 
Si è irriso, e si irride ancora al valore numero, che sarebbe solo un valore democratico, non rivoluzionario: la scheda, non la barricata. Ma il numero, la massa, ha servito a creare un nuovo mito: il mito dell'universalità, il mito della marea che sale irresistibile e fragorosa e raderà al suolo la città borghese sorretta sui puntelli del privilegio. Il numero, la massa (tanti in Germania, in Francia, in America, in Italia... che ogni anno crescono, crescono... ) ha saldato la convinzione che ogni singolo ha di partecipare a qualcosa di grandioso che sta maturando e di cui ogni nazione, ogni partito, ogni sezione, ogni gruppo, ogni individuo è una molecola che riceve e restituisce rinvigorito il succo vitale che circolando arricchisce tutto il complesso del corpo socialista mondiale. I milioni d'infusori che nuotano nell'oceano Pacifico costruiscono sterminati banchi coralliferi sotto il livello dell'acqua: un terremoto fa affiorare i banchi e un nuovo continente si forma. I milioni di socialisti dispersi nella vastità del mondo lavorano anch'essi alla costruzione di un continente nuovo: e il terremoto [...].

8. 
E' più facile convincere chi non ha mai partecipato alla vita politica di chi ha già appartenuto a un partito già sagomato e ricco di tradizioni. E' immensa la forza che la tradizione esercita sugli animi. Un clericale, un liberale che diventano socialisti, sono altrettante macchine a sorpresa che possono da un momento all'altro esplodere con effetti letali per la nostra compagine. Le anime vergini degli uomini di campagna, quando si convincono di una verità, si sacrificano per essa, fanno tutto il possibile per attuarla. Chi si è convertito, è sempre un relativista. Ha esperimentato in se stesso una volta quanto sia facile sbagliarsi nello scegliere la propria via. Pertanto gliene rimane un fondo di scetticismo. Chi è scettico non ha il coraggio necessario per l'azione. 


Preferisco che al movimento si accosti un contadino più che un professore d'università. Solo che il contadino dovrebbe cercare di farsi tanta esperienza e tanta larghezza di mente quanta ne può avere un professore d'università, per non rendere sterile la sua azione e il possibile suo sacrifizio.

9. 
Accelerare l'avvenire. Questo è il bisogno più sentito nella massa socialista. Ma cos'è l'avvenire? Esiste esso come qualcosa di veramente concreto? L'avvenire non è che un prospettare nel futuro la volontà dell'oggi come già avente modificato l'ambiente sociale. Pertanto accelerare l'avvenire significa due cose. Essere riusciti a far estendere questa volontà a un numero tale di uomini quanto si presume sia necessaria per far diventare fruttuosa la volontà stessa. E questo sarebbe un progresso quantitativo. Oppure: essere riusciti a far diventare questa volontà talmente intensa nella minoranza attuale, che sia possibile l'equazione: 1 = 1 000 000 . E questo sarebbe un progresso qualitativo. Arroventare la propria anima e farne sprizzare miriadi di scintille. Ciò è necessario [...]. 
Aspettare di essere diventati la metà più uno è il programma delle anime pavide che aspettano il socialismo da un decreto regio controfirmato da due ministri.

 


 

Modello o realtà

  

Modello è lo schema tipico di un determinato fenomeno, di una determinata legge. Il succedersi in modo uniforme dei fatti permette di fissarne le leggi, di tracciarne gli schemi, di costruirne i modelli. Purché non si diano a queste astrazioni dell'intelletto valori assoluti, esse hanno una ragguardevole utilità pedagogica: servono mirabilmente per riuscire a collocarsi nel centro stesso dell'atto fenomenico che si svolge e va elaborando tutte le sue possibilità, tutte le sue tendenze finalistiche. E quando si è riusciti a compiere questo atto iniziale, il più è fatto: l'intelligenza riesce ormai a sorprendere il divenire del fatto, lo comprende nella sua totalità e quindi nella sua individualità. Il modello, la legge, lo schema sono in sostanza espedienti metodologici che aiutano a impadronirsi della realtà; sono espedienti critici per iniziarsi alla conoscenza e al saper esatto. 


Costruiamo uno di questi modelli. Immaginiamo la società in ischema. 100 famiglie, scisse nelle due classi storiche che attualmente si contendono l'iniziativa nella politica, nella produzione, nella distribuzione. Bambini, vecchi, donne: lavoratori e borghesi. 75 famiglie vivono del salario; 10 famiglie dello stipendio (burocrazia in senso lato); 15 famiglie di reddito capitalistico. La ricchezza totale è di tre milioni, e cioè di 6000 lire per abitante (calcolando ogni famiglia composta di 5 persone, padre, madre, due figli e un vecchio o ammalato, assolutamente improduttivo). il reddito di questa ricchezza è frutto del lavoro dei proletari. Esso ha un valore monetario di 2250 lire al giorno, che sono spartite in questo modo: 850 lire alle 85 famiglie dei salariati e stipendiati, e 1500 lire alle 15 famiglie dei capitalisti. In tempi normali le due parti oscillano continuamente: cresce la produzione, la moneta vale di più, serve ad acquistare più merce, aumenta il benessere relativo, crescono i bisogni, cresce la coscienza di essi, e quindi la domanda di miglioramenti. Per rendere questi possibili, la borghesia capitalista aguzza l'ingegno, migliora la tecnica, la produzione si moltiplica: la tesi e l'antitesi sviluppano il gioco delle loro forze che si sintetizzano in progressive accelerazioni nel ritmo del lavoro: queste accelerazioni sono le tappe storiche della società borghese che supera continuamente se stessa, ampliando il proprio respiro, attutendo per quanto è possibile i contrasti, cercando di soddisfare nell'ambito della propria conservazione tutte le domande, tutti i desideri, le volontà di sempre maggiore benessere, di sempre maggiore indipendenza e autonomia dei singoli. Ma i rapporti giuridici di classe rimangono inalterati, perché è regola matematica che mutando in proporzione eguale i membri di una equazione l'equazione non cambia. Il proletario sta a 1, come il capitalista sta a 100; se il proletario diventa 2, 3, 4, ecc., e i rapporti sono sempre 1 a 100, il proletario rimane proletario, il capitalista capitalista. [... ].( Alcune righe censurate) 


Il modello è uno schema, è vero; ha i suoi difetti e le sue angustie, è vero. Ma è poi così lontano dalla realtà? Nella vita normale lo scorbuto è una eccezione; ma sono eccezioni l'analfabetismo, la vita nei sottani umidi e infetti dell'Italia meridionale; sono eccezioni i casi di tubercolosi fra le tessitrici, la mancanza di ogni possibilità di vita spirituale, la necessità di far lavorare i bambini, e tutti gli altri malanni che ognuno può accertare da sé intorno a sé? Ebbene, per ognuno di questi malanni, è il modello che agisce, che detta le sue leggi, che stronca una parte dell'umanità, e col suo sangue purpureo avviva le vene degli acciaccati dell'altra riva, dà la possibilità del vizio, della malattia per crapula, a quelli dell'altra riva. Ecco perché proletaria [….](alcune parole censurate) è anche un dovere di morale comune.

 


 

Il movimento giovanile socialista

 

Il movimento giovanile in Italia si è sempre caratterizzato per un'ardenza ed una combattività inestinguibile e massimalistica; sia che esso investisse il problema delle tendenze prendendo aperta e chiara posizione per le tesi più intransigenti, più pure ed estreme, come del resto l'età comporta e vuole (guai ai giovani vecchi!), sia occupandosi dei più delicati problemi della vita italiana, come quello della democrazia cristiana, fieramente osteggiata fin dal suo nascere, o con l'agitare ed, in qualche modo, l'imporre, quello della massoneria, cancro roditore della compagine e della autonomia del vecchio socialismo popolaresco e collaborazionistico. 
Così pure fu all'avanguardia deciso e sicuro per la campagna antilibica e per la neutralità antibellica nell'attuale tragico conflitto europeo. A lievi tentennamenti dei dirigenti, sorpresi in sulle prime dalla complessità del fenomeno storico attuale, il movimento reagì come un sol uomo, ed è stato l'unico movimento in Europa che non ha dato nemmeno una minoranza alla guerra fascinatrice! 
Così Arturo Vella caratterizza nell'"Almanacco Socialista" il movimento giovanile. E ben altro si potrebbe dire se la censura non fosse lì pronta a stroncare tutto ciò che va contro corrente. 
In Italia il movimento giovanile incominciò a sorgere intorno al 1898. Ed è una grande data questa nella storia d'Italia. E' una forza nuova che s'inserisce nel gioco delle lotte politiche. Una forza disinteressata, piena di intima energia morale, che ha avuto una grande efficacia nella trasformazione dello spirito pubblico italiano, nel farlo diventare più serio, più pensoso, più raccolto. Ciò specialmente nell'Italia meridionale. 
In Piemonte, in Lombardia, nell'Emilia, in Toscana il movimento giovanile è specialmente diffuso e robusto. Ma in queste regioni il fenomeno non è così significativo come nell'Italia meridionale. La vita politica vi è già complessa; l'attività politica ha già permeato strati profondi della popolazione. Nell'Italia meridionale invece, dove non esiste costume politico, dove tutti i presidenti di Consiglio coltivano i feudi elettorali, che serviranno a riempire la ventraia parlamentare, e a costituire la maggioranza, il movimento giovanile significa il primo sorgere di una nuova generazione libera, spregiudicata, che romperà la tradizione, che bonificherà l'impaludamento politico. 
Ecco un prospetto sintetico degli iscritti alla Federazione Giovanile Italiana: 
 

Anno
Soci
Tesserati
1907
40
1149
1908
142
2955
1909
141
3362
1910
186
4403
1911
227
5361
1912
273
5810
1913
280
6040
1914
283
6145

Per gli ultimi due anni non si possono ancora dare cifre ufficiali. Possiamo però dire che a malgrado la guerra abbia strappato all'organizzazione la metà almeno degli inscritti, tuttavia gli inscritti stessi sono aumentati. Il loro numero supera certamente i 10.000. Uno sforzo mirabile è stato compiuto. Il fatto della guerra ha scosso gli indecisi, ha posto violentemente la loro coscienza di fronte alla realtà; e li ha costretti a decidersi, a fare ciò che in fondo non era che il loro dovere elementare. 
Il solo Piemonte conta circa 2000 inscritti. A Torino ci sono 9 sezioni con oltre 500 inscritti, e le sezioni funzionano regolarmente, e questi giovani portano il peso della loro convinzione nella vita socialista e politica della città.

Eccone l'elenco: 
Fascio Centro, Corso Siccardi 12 
Borgo San Paolo e Cenisia, Via Virle 9 bis 
"Andrea Costa", Via Massena 103 
"Augusto Bebel", Via Pomaro 4 
" Carlo Marx ", Via Nizza 222 
" Amedeo Catanesi", Via Feletto 5 
Borgo Vittoria, Casa del popolo 
"Avanguardia", Via Lessolo 31 
Pozzo Strada, Via Freidour

Alcuni altri sono in costituzione. E il cammino ascensionale non si fermerà ancora. L'azione educativa che il movimento giovanile compie, è piena di suggestioni. Una quantità sempre più grande di giovani sentono il bisogno di formarsi, di costruirsi una coscienza che sappia accogliere e risolvere acconciamente tutti i problemi che la vita propone. Si sente odore di novità nell'aria. Il mondo è ad una svolta decisiva. Tutti sentono che è necessario essere ben saldi in piedi per resistere al crollo ed essere preparati a sostituire al vecchio edifizio quello nuovo, illuminato dal sole, aerato dall'ideale che non muore. 

 


  

La città futura

 

Abbiamo messo a questo foglio un titolo che non è solamente nostro.  
Prima che la guerra si sferrasse nel mondo con il suo flagello irresistibile, con alcuni amici si era deciso di lanciare una nuova rivista di vita socialista  che fosse come il focolare delle nuove energie morali, del nuovo spirito ed idealista della nostra gioventù. Avrebbe dovuto essere slancio e riflessione, incitamento all'azione e al pensiero. Nella grande fede del nostro animo ricolmo di giovinezza e di ardore, pensavamo di ricominciare una tradizione tutta italiana, la tradizione mazziniana rivissuta dai socialisti. Ma l'intento non è stato dimesso. Le parti del nostro animo che la guerra ci ha strappato, ritorneranno al focolare. E la rivista sarà. Questo numero unico non è certamente un saggio. Esso è un invito ed un incitamento. Chi è persuaso che per il pensiero e la coltura socialista molto sia ancora da fare, e che una nuova voce di giovani possa ancora molte cose dire, mandi la sua adesione, i suoi suggerimenti, i suoi voti a questo indirizzo: " La Città futura", corso Siccardi 12, Torino. Vogliamo convincerci che l'opera nostra risponda a una necessità, e possa trovare un pubblico che la sostenga e la migliori con la collaborazione del suo fervore.

" La Città futura", P. 4. Raccolto in Scritti I915 I921, 47. 
A Pag. 4 si legge anche il seguente breve corsivo: 
"Può un giornale esser fatto in modo che accontenti tutti i suoi lettori? 
Proporsi un tal fine sarebbe vano. 
Ciò che per uno è residuo, per un altro sarà sostanza e viceversa. 
Importa solo che il residuo non sia mai tale da esserlo per tutti 
e che pur non soddisfacendo obblighi a pensare, 
e diventi pertanto attivo allo stesso modo dell'altra parte ".

  

 

 

Note

1. "Il Grido del Popolo", n. 655, 11 febbraio I9I7, e "Avanti!", anno XXI , n.43, 12 febbraio 1917, cronache torinesi, con il titolo Un numero unico dei giovani, e il sommario de "La Città futura". 

2.Concetto elaborato dal filosofo francese A. Foullée 

3. Cfr. J. G. Fichte, Lo Stato secondo ragione o lo Stato commerciale chiuso. Saggio di scienza del diritto e d'una politica del futuro, Bocca, Torino 1909.  

 

 

 

 

 

 

  


condividi:
permalink inviato da elasala | commenti 0 | Versione per la stampa stampa

Risposta ad un mio amico. A proposito della Comune


Caro amico, lascia perdere.
Le cose sono leggermente più complicate.
Ricordiamoci sempre, tutti, quello che diceva l' altro nostro Poeta e pensatore:
"Il più certo modo per celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli." Giacomo Leopardi
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/saggezza/frase-56802>
Di seguito qualche riflessione storica sulla Comune di Marx, Engels, Lenin che ne sottolineano i limiti e l'importanza storica.
Consiglierei anche la lettura di un altro testo significativo, quello di 
Louise Michel, La Comune.

ATTENZIONE! 
I testi di seguito citati sono soltanto un piccolissimo esempio del dibattito e delle riflessioni sulla Comune. La bibliografia sull'argomento è ovviamente più ampia.
Ma servono per evitare aforismi approssimativi  su questioni così complesse.
Ciao Mario
Enrico La Sala


"A 140 anni dalla Comune di Parigi (1871), 'Inventare l'ignoto' raccoglie i testi più compiuti di Marx e Engels sulla guerra franco-prussiana e sulla Comune (gli indirizzi all'Ait - l' Associazione Internazionale dei lavoratori - tra cui l'opuscolo pubblicato con il titolo "La guerra civile in Francia", l'importante introduzione di Engels alla sua riedizione del 1891) e un dossier di lettere e documenti inediti o poco conosciuti che rischiarano soprattutto i dibattiti all' interno del movimento socialista dell' epoca. 

Questi testi stupiscono inevitabilmente i critici di Marx, coloro che parlano di un Marx volgare determinista e che conoscono poco il suo modo di concepire la politica

Gli scritti sulle crisi rivoluzionarie in Francia ne svelano la complessità, accompagnata - 
come scrive Bensaïd nel suo lungo saggio introduttivo - dalla «tragica consapevolezza del sempre-troppo-presto / sempre-troppo-tardi nella quale s'inscrive la scommessa dell'azione politica».  Che si tratti della dialettica tra guerre e rivoluzioni, tra questione nazionale e questione sociale, tra repubblica e democrazia sostanziale, o ancora dell' analisi dello Stato e del bonapartismo, la Comune di Parigi costituisce per Marx un potente indice rivelatore. Essa sperimenta nella pratica una forma inedita di democrazia che permette di intravedere il superamento della scissione tra l'uomo e il cittadino, il produttore e il consumatore, lo scioperante e l'utente" (da recensione a libro 'Marx Karl Engels Friedrich a cura di Bensaid Daniel, Inventare l'ignoto. Testi e corrispondenze sulla Comune a Parigi, Roma 2011, prefazione di Bensaid Daniel' [Corriere della Sera, 2.12.2011] Citazione: «Se rileggi l' ultimo capitolo del mio 18 brumaio, troverai che io affermo che il prossimo tentativo della Rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano ad un'altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla, e che tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare sul continente. In questo consiste pure il tentativo dei nostri eroici compagni parigini. Quale duttilità, quale iniziativa storica, quale capacità di sacrificio in questi parigini! Dopo sei mesi di fame e di rovina, causate dal tradimento interno ancora più che dal nemico esterno, insorgono sotto le baionette prussiane come se non ci fosse mai stata una guerra tra la Francia e la Germania e come se il nemico non fosse tuttora davanti alle porte di Parigi! La storia non ha alcun simile esempio di simile grandezza!» [Karl Marx. Lettera a Ludwig Kugelmann (12 aprile 1871)

VLADIMIR LENIN (1910), In  memoria della Comune


Pubblicato sulla Rabociaia Gazieta, n. 4-5 del 15 (28) aprile 1911 in occasione del 40° anniversario della Comune di Parigi, e raccolto successivamente dagli Editori Riuniti nel 17° volume delle Opere Complete di Lenin (edite oggi dalle edizioni Lotta Comunista), questo testo è stato trascritto dal Centro di Cultura e Documentazione Popolare e pubblicato il 18 marzo 2011 sul sito www.resistenze.org per commemorare il 140° anniversario della Comune di Parigi.

 

"Quarant'anni sono passati dalla proclamazione della Comune di Parigi. Con comizi e manifestazioni il proletariato francese ha commemorato, come d'uso, gli artefici della rivoluzione del 18 marzo 1871. Negli ultimi giorni di maggio, esso andrà nuovamente a deporre corone sulle tombe dei comunardi fucilati, vittime dell'orribile «settimana di maggio» e a giurare ancora una volta di combattere senza tregua fino al trionfo completo delle loro idee, fino alla completa realizzazione dell'opera che ci hanno affidata.

Perché il proletariato, e non solo il proletariato francese, ma di tutto il mondo, onora negli artefici della Comune di Parigi i suoi precursori? Qual è l'eredità della Comune?

La Comune nacque spontaneamente. Nessuno l'aveva preparata coscientemente e metodicamente. Una guerra disgraziata con la Germania, le sofferenze dell'assedio, la disoccupazione del proletariato, la rovina della piccola borghesia, l'indignazione delle masse contro le classi superiori e contro le autorità, che avevano dato prova di assoluta inettitudine, un fermento confuso nella classe operaia che malcontenta della propria situazione, aspirava a. un nuovo regime sociale, la composizione reazionaria dell'Assemblea nazionale, che suscitava timori per la sorte della Repubblica: tutti questi fattori e molti altri concorsero a spingere il popolo di Parigi alla rivoluzione del 18 marzo. Questa rivoluzione fece passare improvvisamente il potere nelle mani della guardia nazionale, della classe operaia e della piccola borghesia che si era unita agli operai.

Fu un avvenimento senza precedenti nella storia. Fino allora, il potere era stato sempre generalmente nelle mani dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti, cioè dei loro uomini di fiducia formanti il cosiddetto governo. Dopo la rivoluzione del 18 marzo, dopo la fuga da Parigi del governo del signor Thiers, delle sue truppe, della sua polizia e dei suoi funzionari, il popolo rimase padrone della situazione e il potere passò al proletariato. Ma, nella società attuale, il proletariato è economicamente asservito al capitale, non può dominare politicamente senza spezzare le catene che lo avvincono al capitale. Ecco perché il movimento della Comune doveva inevitabilmente assumere un colore socialista, tendere cioè all'abbattimento del dominio della borghesia, del dominio del capitale, e alla demolizione delle basi stesse del regime sociale dell'epoca.

All'inizio, il movimento, fu estremamente eterogeneo e confuso. Vi aderirono anche i patrioti con la speranza che la Comune avrebbe ripreso la guerra contro i tedeschi e l'avrebbe condotta a buon fine. Il movimento era anche sostenuto dai piccoli commercianti minacciati da rovina se il pagamento delle cambiali e degli affitti non fosse stato prorogato (ciò che il governo aveva rifiutato di fare e che invece la Comune accordò). Infine, nei primi tempi, il movimento ebbe, in parte, la simpatia dei repubblicani borghesi i quali temevano che l'Assemblea nazionale reazionaria (i «rurali», i rozzi e brutali grandi proprietari fondiari) restaurasse la monarchia. Ma la funzione principale fu evidentemente assolta dagli operai (soprattutto dagli artigiani di Parigi), fra i quali, durante gli ultimi anni del secondo Impero, era stata svolta un'attiva propaganda socialista, e molti appartenevano anche all'Internazionale.

Gli operai furono i soli a restare fino alla fine fedeli alla Comune. I repubblicani borghesi e i piccoli borghesi se ne staccarono presto; gli uni furono spaventati dal carattere proletario, rivoluzionario e socialista del movimento, gli altri si ritirarono quando videro il movimento destinato a una sicura disfatta. Soltanto i proletari francesi sostennero senza paura e senza stanchezza il loro governo Combatterono e morirono per la sua difesa, cioè per la causa dell'emancipazione della classe operaia, per un avvenire migliore di tutti i lavoratori.

Abbandonata dai suoi alleati della vigilia e priva di qualsiasi appoggio, la Comune era destinata alla disfatta. Tutta la borghesia francese, tutti i grandi proprietari fondiari, tutti gli uomini della Borsa, tutti i fabbricanti, tutti i ladri grandi e piccoli, tutti gli sfruttatori, si unirono contro di essa. Questa coalizione borghese, sostenuta da Bismarck (che liberò 100.000 prigionieri di guerra francesi per sottomettere Parigi rivoluzionaria), riuscì a sollevare i contadini ignoranti e la piccola borghesia provinciale contro il proletariato di Parigi e a chiuderne la metà in un cerchio di ferro (l'altra metà era bloccata dall'armata tedesca). In qualche grande città della Francia (Marsiglia, Lione, Saint-Etienne, Digione, ecc.) gli operai tentarono anch'essi di prendere il potere, di proclamare la Comune e di correre in aiuto di Parigi, ma i loro tentativi fallirono rapidamente. E Parigi che, prima, aveva levato lo stendardo dell'insurrezione proletaria, ridotta alle sole sue forze, si trovò votata alla catastrofe inevitabile.

Due condizioni, almeno, sono necessarie perché una rivoluzione sociale possa trionfare: il livello elevato delle forze produttive e la preparazione del proletariato. Nel 1871, queste due condizioni mancavano. Il capitalismo francese era ancora poco sviluppato, e la Francia era ancora un paese prevalentemente piccolo-borghese (di artigiani, contadini, piccoli commercianti, ecc.). D'altra parte, non esisteva un partito operaio, la classe operaia non era né preparata né lungamente addestrata e, nella sua massa, non aveva un'idea chiara dei suoi compiti e dei mezzi per assolverli. Non esistevano né una buona organizzazione politica del proletariato, né grandi sindacati, né associazioni cooperative...

Ma, soprattutto, la Comune non ebbe il tempo, la libertà di orientarsi, e di dar principio alla realizzazione del suo programma. Non aveva ancora potuto mettersi all'opera, e già il governo che sedeva a Versailles, appoggiato da tutta la borghesia, apriva le ostilità contro Parigi. La Comune dovette, prima di tutto, pensare a difendersi. E fino ai suoi ultimi giorni, che vanno dal 21 al 28 maggio, essa non ebbe il tempo di pensare seriamente ad altro.

Del resto, malgrado le condizioni cosi sfavorevoli, malgrado la brevità della sua esistenza, la Comune riuscì a adottare qualche misura che caratterizza sufficientemente il suo vero significato e i suoi scopi. Essa sostituì l'esercito permanente, strumento cieco delle classi dominanti, con l'armamento generale del popolo, proclamò la separazione della Chiesa dallo Stato, soppresse il bilancio dei culti (cioè lo stipendio statale ai preti), diede all'istruzione  pubblica un carattere puramente laico, arrecando un grave  colpo ai gendarmi in sottana nera.

Nel campo puramente sociale, essa poté far poco; ma questo poco dimostra con sufficiente chiarezza il suo carattere di governo del popolo, di governo degli operai. Il lavoro notturno nelle panetterie fu proibito; il sistema delle multe, questo furto legalizzato a danno degli operai, fu abolito; infine, la Comune promulgò il famoso decreto in virtù del quale tutte le officine, fabbriche e opifici abbandonati o lasciati inattivi dai loro proprietari venivano rimessi a cooperative operaie per la ripresa della produzione. Per accentuare il suo carattere realmente democratico e proletario, la Comune decretò che lo stipendio di tutti i suoi funzionari e dei membri del governo non potesse sorpassare il salario normale degli operai e in nessun caso superare i 6000 franchi all'anno (meno di 200 rubli al mese).

Tutte queste misure dimostrano abbastanza chiaramente che la Comune costituiva un pericolo mortale per il vecchio mondo fondato sull'asservimento e sullo sfruttamento. Perciò, finché la bandiera rossa del proletariato sventolava sul Palazzo comunale di Parigi, la borghesia non poteva dormire sonni tranquilli. E quando, infine, le forze governative organizzate riuscirono ad avere il sopravvento sulle forze male organizzate della rivoluzione, i generali bonapartisti, sconfitti dai tedeschi, ma valorosi contro i compatrioti vinti, questi Rennenkampf e Möller-Zakomelski francesi compirono una carneficina quale Parigi non aveva mai visto. Circa 30.000 parigini furono massacrati dalla soldataglia scatenata, circa 45.000 furono arrestati; di questi ultimi molti furono uccisi in seguito; a migliaia furono gettati in carcere e deportati. In complesso, Parigi perde circa 100.000 dei suoi figli, e fra essi i migliori operai di tutti i mestieri.

La borghesia era soddisfatta. «Ora il socialismo è finito per molto tempo», diceva il suo capo, il mostriciattolo sanguinario Thiers, dopo il bagno di sangue che egli e i suoi generali avevano fatto subire al proletariato parigino. Ma i corvi borghesi gracchiavano a torto. Sei anni circa dopo lo schiacciamento della Comune, quando molti dei suoi combattenti gemevano ancora nella galera e nell'esilio, il movimento operaio rinasceva in Francia. La nuova generazione socialista, arricchita dall'esperienza dei suoi predecessori, e per nulla scoraggiata per la loro sconfitta, impugnava la bandiera caduta dalle mani dei combattenti della Comune e la portava avanti con mano ferma e coraggiosa al grido di «Evviva la rivoluzione sociale! Evviva la Comune!». Due-quattro anni più tardi il nuovo partito operaio e l'agitazione che esso scatenava nel paese obbligavano le classi dominanti a restituire la libertà ai comunardi rimasti nelle mani del governo.

Il ricordo dei combattenti della Comune è venerato non solo dagli operai francesi, ma dal proletariato di tutti i paesi. Perché la Comune non combatté per una causa puramente locale o strettamente nazionale, ma per l'emancipazione di tutta l'umanità lavoratrice, di tutti i diseredati e di tutti gli offesi. Combattente avanzata della rivoluzione sociale, la Comune si è guadagnata le simpatie dovunque il proletariato soffre e combatte. Il quadro della sua vita e della sua morte, la visione del governo operaio che prese e conservò per oltre due mesi la capitale del mondo, lo spettacolo della lotta eroica del proletariato e delle sue sofferenze dopo la sconfitta, tutto questo ha rinvigorito il morale di milioni di operai, ha risvegliato le loro speranze, ha conquistato le loro simpatie al socialismo. Il rombo dei cannoni di Parigi ha svegliato dal sonno profondo gli strati sociali più arretrati del proletariato e ha dato ovunque nuovo impulso allo sviluppo della propaganda rivoluzionaria socialista. Ecco perché l'opera della Comune non è morta; essa rivive in ciascuno di noi.

La causa della Comune è la causa della rivoluzione socialista, la causa dell'integrale emancipazione politica ed economica dei lavoratori, è la causa del proletariato mondiale. In questo senso essa è immortale."




condividi:
permalink inviato da elasala | commenti 0 | Versione per la stampa stampa

PRESENTAZIONE

       Pezze D'Appoggio: un omaggio  a Salvatore Guglielmino, il mio  caro professore di Italiano al   Carducci di   Milano,  l' autore di Guida al Novecento e del Sistema Letterario, manuali  di Letteratura  italiana che hanno  contribuito ad innovare in profondità  l' insegnamento di questa disciplina nelle nostre scuole.
 Letteratura come vita e come impegno civile; "linguaggio tutto  cose"; rigore e applicazione costante negli studi; attualità della lezione dei classici. Questo il suo  insegnamento di vita quotidiano. Alle  spalle, altrettanta passione civile e la lezione di Augusto Monti  e di Piero Gobetti. Tanti di noi cercarono poi di rendere reali quegli insegnamenti nell'  impegno professionale e civile quotidianno. 
         Primo giorno di scuola: "Che  libri state leggendo?".
 Pochi alzammo la mano. Era l ' inizio di un rapporto educativo e di amicizia.  Cominciammo a capire che cosa volesse dire centralità del testo. Guglielmino, più efficacemente, diceva: "Pezze d' appoggio. Prove.". Prove di quello che dicevi, prove che non parlavi a vanvera ma con cognizione di causa. Lotta alla ciarlataneria senza costrutto, scuola di serietà, di vita e di studi. Dante o Leopardi, Pavese o Vittorini, Pasolini o Pratolini, sì, ma i libri e le poesie che avevi letto, non il contenuto dei manuali e basta.
          Il titolo di questa conferenza è un omaggio, piccolo ed affettuoso come un abbraccio, al mio vecchio prof., che ci ha lasciato per sempre. Enrico La Sala

indietanim.gif (7582 byte)nextanimated.gif (7410 byte)

Attivato il 6.XII.1999

setstats1

setstats1


condividi:
permalink inviato da elasala | commenti 0 | Versione per la stampa stampa
dicembre        ottobre
in evidenza

29 dicembre 2010 La fine dell'anno La fine dell'anno è arrivata. Il primo decennio del  XXI secolo si è concluso. Ho riascoltato i discorsi di fine anno dei nostri Presidenti della Repubblica. Qualcuno leggeva altri andavano a memoria. Gli argomenti? Disoccupazione, emigrazione, terrorismo, studenti, assassini comuni e politici.  la costanza di tali elementi  mi è ... (continua) Leggi tutto

chi sono
elasala
I libri per chiarelettere

I nuovi mostri
Oliviero Beha





Scheda libro
Acquista online

Italiopoli
Oliviero Beha





Scheda libro
Acquista online

prossimi appuntamenti
Tutti gli appuntamenti
archivio



Blog letto 1 volte