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Giglia Tedesco

 E' Morta Giglia Tedesco. Una vita nel Pci e nella siniatra
POCO PIÙ che ottantenne (era nata a Roma nel 1926), è morta ieri pomeriggio a Villa Mafalda Giglia Tedesco, moglie di Tonino Tatò (il segretario di Berlinguer), grande amica di Nilde Iotti, presto nel movimento femminile (si iscrisse all’Udi, Unione donne italia-
ne, nel 1945), presto nel Pci (la prima tessera è del 1946), più tardi combattiva e tenace senatrice comunista, protagonista di grande battaglie di civiltà e di libertà, tenace alla difesa della legge sul divorzio all’epoca del referendum, relatrice della legge 194 sull’aborto. Una donna di grande personalità e di grande autorità, amata e ascoltata, una donna di grande cultura e di fine intelligenza. È morta, lasciando nella memoria della sua vita la testimonianza di un impegno generoso per la crescita di una democrazia, di cui una voce fondamentale doveva essere quella delle donne in un lungo e contrastato cammino di emancipazione.
La sua formazione era di una cattolica, che nella tempesta della guerra aveva conosciuto sofferenze e ingiustizie patite dal popolo italiano. Attraverso questa esperienza, vissuta nella partecipazione e nel dolore di una giovinezza sensibile, si era avvicinata al partito comunista e dentro il partito comunista aveva imparato a condurre le sue battaglie, conquistando via via posizioni di maggior rilievo. Nel Comitato Centrale del PCI era entrata nel 1960, nella Direzione nel 1984. Eletta al Senato dal 1968 al 1994, era stata vicepresidente del Gruppo e poi dell’Assemblea dal 1983 al 1987. Componente della Commissione Giustizia, aveva fatto parte del comitato per la riforma del diritto di famiglia. Aveva saputo sempre misurarsi con il nuovo, di fronte alla crisi del comunismo, al crollo del muro di Berlino, al crollo del vecchio sistema incentrato attorno all’Unione Sovietica. Così aveva aderito con entusiasmo alla costruzione del Partito dei democratici di sinistra, presidente del Congresso di Costituzione e poi del Consiglio nazionale dal 1993 al 1997.
La sua biografia politica aiuta a ricostruire la storia del Pci e aiuta soprattutto a comprendere come si sia potuto formare nel Pci quel sentire riformista fatto di traguardi concreti, di lotte e di pensiero autonomo delle donne, accettando la necessità dello scontro politico, a volte anche duro, in un partito segnato ancora per alcuni decenni dopo la Liberazione da concezioni ideologiche che subordinavano l’obiettivo dell’emancipazione della donna alla realizzazione del socialismo, la necessità del confronto con un gruppo dirigente largamente influenzato dal comunismo sovietico che coltivava una visione puritana del rapporto tra i sessi.
In un bel libro-intervista, opera di Anna Maria Riviello, un’altra dirigente dell’Udi, elencava sommessamente le tre cose importanti imparate nella vita (lo anticipa il titolo: “Ho imparato tre cose. Conversazioni con Giglia Tedesco” Calice Editori 2006). Spiegava di averne appresa una dal Pci ed è che «Noi» è più importante di «Io», la seconda dal marito Tonino Tatò ed è che bisogna guardare al futuro e l’ultima dal movimento delle donne ed è che occorre sempre partire dalla propria esperienza. Una sintesi quasi perfetta. Che s’arricchisce, grazie ancora alle sue parole di due insegnamenti: la capacità e la necessità di cogliere le occasioni storiche per mettersi in gioco e andare oltre le proprie barriere ideologiche, come avvenne con la svolta di Salerno del 1944 o con la svolta del Pds, e la concezione del partito come strumento da impiegare nell’interesse del paese. Insegnamenti semplici, nel segno di un “dovere” quasi istintivo. o.p.

Pubblicato il 11/11/2007 alle 1.41 nella rubrica Memento.

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